L’isola di plastica

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Tutto inizia nel 1907, con la prima plastica ottenuta dal fenolo e dalla formaldeide: la bachelite. Dopo più di cent’anni solo da poco abbiamo capito di aver creato un’emergenza… La plastica si ottiene dal petrolio, non è biodegradabile e se viene bruciata è molto pericolosa perché libera nell’aria diossina. Oggi viviamo immersi nella plastica.

Nel 2008, a seguito delle forti piogge, il livello del Tevere si innalzò al limite dell’esondazione, quando rientrò alla normalità la plastica era dappertutto. I rami degli alberi sulle due sponde avevano agito come una rete, trattenendo solo una parte di quella trasportata dalla corrente, e questo accadeva solo nei pochi giorni in cui il fiume aveva rischiato di straripare. Plastica che i fiumi trasportano verso il mare. Nel Pacifico, una lenta corrente che si muove a spirale in senso orario (North Pacific Subtropical Gyre) ha creato il cosidetto “Pacific Trash Vortex” -vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico- la sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 fino a più di 15 milioni di km², (tre volte l’area di Spagna e Portogallo) è profondo 30 metri, è composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci. Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Motivo per cui è poco conosciuta.

Il materiale, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura della California. In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di kg l’anno di plastica, dei quali, circa il 10% finisce in mare, il 70% sul fondo degli oceani (danneggiando la vita dei fondali), il resto continua a galleggiare.

La maggior parte di questa plastica si sminuzza in particelle piccolissime che diventano cibo per molti animali marini portandoli alla loro morte.

Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina e non solo.

Pubblicato su Zero91 Magazine nr 4 – Novembre 2009cop4rid.jpg
L’isola di plasticaultima modifica: 2009-11-30T11:22:00+01:00da negrifil
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